Introduzione: il feedback come elemento fondamentale
Il tema del feedback è intrinsecamente connesso a tutte le altre dinamiche che regolano la vita professionale, poiché rappresenta una delle variabili fondamentali attraverso cui viene valutata e considerata la performance individuale e collettiva. In un sistema lavorativo moderno, la consapevolezza del proprio operato non può essere delegata interamente all’individuo; essa dipende in parte dal soggetto e in parte dall’ecosistema in cui è inserito. Per chiunque non sia l’unico gestore del proprio lavoro, il feedback di chi riceve l’output o collabora ai processi è l’unica via per determinare se si stia lavorando “bene”.
In questo senso, il feedback deve essere inteso come una componente vitale dell’informazione aziendale. Senza questo flusso costante di dati (relazionali e operativi), l’organizzazione perde la bussola della propria efficacia. Tuttavia, l’approccio tradizionale al feedback è spesso limitato da definizioni obsolete che, pur descrivendo il concetto, falliscono nel proporre comportamenti pratici e sostenibili.
Decostruire una certa idea del feedback
Nella letteratura manageriale classica, il modello del feedback “a sandwich” è stato a lungo considerato lo standard: si inizia con un messaggio positivo, si inserisce il feedback costruttivo e si conclude con un altro messaggio positivo, come se si facesse un panino in cui il ripieno è contenuto tra due fette di pane. Tuttavia, la pratica sul campo ha dimostrato che questo approccio lascia un po’ il tempo che trova.
Anzitutto c’è il rischio della mancanza di autenticità: Imporre uno schema rigido costringe chi vuole/deve fornire del feedback a cercare forzatamente aspetti positivi anche quando in realtà non ve ne sono, portando alla comunicazione di messaggi non rilevanti. Questo conduce a un’inefficacia comunicativa: poiché si cerca di “indorare la pillola”, il destinatario riceve messaggi contraddittori che diluiscono l’importanza dell’area di miglioramento. Inoltre — fattore sempre legato alla percezione del destinatario — quando una persona riceve elogi e/o critiche con troppa frequenza, e in modo meccanico e ripetitivo, finisce per non prestarvi più attenzione, vanificando l’intento migliorativo del feedback.
I limiti della “critica costruttiva”
Un altro concetto di cui è necessario liberarsi è quello della “critica costruttiva”. Le parole hanno un peso e, se un intervento nasce come critica, porta con sé un atteggiamento che si rivolge quasi sempre al passato e al comportamento, rendendolo difficilmente utile alla costruzione futura. Va tenuto presente che l’efficacia di una critica non dipende tanto dall’intenzione di chi la muove quanto dalla volontà di chi la riceve di lavorarci sopra per cambiare qualcosa. È il destinatario della critica che può renderla più o meno costruttiva, in definitiva.
Si potrebbe obiettare a questa posizione che è lecito fare a una persona delle critiche ma anche degli elogi, dal momento che è abbastanza difficile che si abbia da obiettare tutto o, al contrario, che si debba solo riscontrare la perfezione nei comportamenti. Però, occorre notare che il complimento, per quanto sincero, non è feedback. In certe situazioni strutturate, la lode pubblica può addirittura rappresentare più una dimostrazione di potere — sono “superiore” a te e per questo mi trovo nella posizione di elogiarti — o un’attestazione di status che uno strumento per il miglioramento delle competenze.
Il bersaglio giusto
Altro aspetto da tener presente è che il feedback deve sempre essere orientato all’attività, al compito o al processo, affinché risulti “lavorabile”. Se una sedia viene prodotta “storta”, il feedback deve riguardare, ad esempio, la scelta del materiale, l’uso del macchinario o il modo impiegato per farla. Dire che la sedia è storta è un’osservazione operativa; dire che chi l’ha fatta è un incapace è un attacco personale che esula dalla possibilità di “utilizzare” questo giudizio come feedback.
Un’ultima, importante considerazione generale è che il feedback risulta efficace quando è puntuale, episodico e riferito a eventi recenti. Le generalizzazioni — sia negative che positive, come “Sei sempre distratto” o “Le tue sedie sono tutte belle” — non “nutrono” il destinatario e non attivano percorsi di reale cambiamento.
Il feedback non è una richiesta
Nel corso della nostra attività come coach e consulenti con le persone che lavorano in azienda, proponiamo un “pseudo-modello” per dare e ricevere feedback che abbiamo battezzato “Feedback Reloaded”, per specificare che si tratta di una riconsiderazione ragionata di qualcosa che già esiste.
Uno dei cardini di questo modo di considerare il feedback è introdurre una distinzione fondamentale che ribalta il modo in cui comunemente viene inteso il feedback: per noi, un intervento è feedback solo se la persona che lo riceve non è tenuta a fare qualcosa in conseguenza di esso, vale a dire che c’è libertà nella ricezione del feedback che viene fornito.
Il feedback è un’informazione che viene offerta all’altro. Una volta consegnata, il destinatario è libero di farne ciò che vuole, anche di ignorarla completamente. Se non c’è un orientamento al miglioramento o all’obiettivo comune, l’informazione può essere scartata. Il feedback deve essere un atto “nutriente” per chi lo riceve.
Questa definizione vuole rimuovere l’equivoco più frequente nelle aziende: la sovrapposizione tra feedback e richiesta operativa. Infatti, molti manager utilizzano il termine “feedback” per esprimere richieste non soddisfatte che non hanno avuto il coraggio di formulare chiaramente. Un manager ha certamente il diritto e il dovere di chiedere ai propri collaboratori determinati standard operativi ma, se una persona deve svolgere un compito in un determinato modo e con un determinato risultato perché fa parte del suo ruolo, non ha bisogno di un feedback, ma di un’istruzione o una richiesta che eventualmente aprono una negoziazione sui dettagli.
Confondere questi due ambiti — feedback e richiesta — porta i manager a rifugiarsi in comunicazioni ambigue per evitare il conflitto, mentre dovrebbero esercitare una leadership basata su trasparenza e argomentazioni solide.
Relazione e “ritualità” del feedback
Il feedback non è mai un dato neutro; esso si nutre della relazione preesistente tra gli interlocutori. La validità e l’impatto di un messaggio cambiano radicalmente in base alla direzione da cui esso proviene e al valore che attribuiamo alla fonte.
Un feedback ricevuto da un collega di pari grado che consideriamo esperto in una disciplina ha un valore diverso rispetto a quello di un superiore gerarchico che non possiede competenze specifiche in quell’ambito. Se reputiamo l’interlocutore poco esperto, tenderemo a ignorare il messaggio.
Inoltre lo stesso contenuto può avere significati opposti a seconda della relazione. Se l’esperto ci segnala un errore, lo accogliamo come spunto di crescita; se lo fa qualcuno che non stimiamo professionalmente, la nostra reazione sarà di indifferenza o rifiuto.
Chi fornisce il feedback deve considerare il valore del legame con l’altro. Se la relazione è solida, il feedback sarà “lavorabile”; se è fragile o assente, il messaggio rischia di trasformarsi in rumore di fondo.
Preparare i modi del feedback
Affinché il feedback funzioni, non può essere un atto estemporaneo o improvviso; deve seguire un rituale preciso. È opportuno introdurre il momento, dichiarare l’intenzione e assicurarsi che l’altro sappia che sta per ricevere un feedback. Non esiste peggior feedback di quello dato a chi non è pronto o non è d’accordo a riceverlo. È fondamentale sapere preventivamente se l’interlocutore è in uno stato di apertura.
Il feedback nutriente inoltre avviene solo tra individui: a nostro avviso l’unica dimensione efficace per lo scambio di feeback è la relazione uno-a-uno. Messaggi rivolti a gruppi, o peggio ancora, gruppi che “criticano” gruppi, non sono feedback ma forme di comunicazione organizzativa, difficili da utilizzare per il miglioramento individuale, che vanno trattate con modalità differenti.
Feedback sulla performance, feedback sul prodotto
È meglio distinguere il feedback organizzativo di cui stiamo parlando dal riscontro che riceviamo da clienti o stakeholder: sono due situazioni diverse. Quando un cliente commenta una lavorazione o una demo, fornisce un riscontro rispetto a una domanda specifica (“Ti piace?”, “Ti serve?”, “Funziona nel modo in cui volevi?”). Non possiamo aspettarci che un cliente conosca i modelli di feedback o che sia “delicato” nella comunicazione; il suo messaggio può essere addirittura “aggressivo”, ma va comunque gestito in una logica di scambio professionale. Il feedback organizzativo, invece, richiede una consapevolezza condivisa tra colleghi.
Una metodologia per il feedback
Il modello “Reloaded” nasce dall’esigenza di rispondere a bisogni reali: quello dell’individuo di sapere come sta navigando sul lavoro e quello dell’organizzazione di capire se le persone sono messe in condizione di contribuire e collaborare. In quest’ottica, l’unica natura accettabile del feedback è quella di miglioramento e crescita, volta a correggere o rinforzare le performance.
Rendere efficaci i messaggi
Il feedback può essere periodico o circostanziale, ma va inserito in un contesto chiaro (collega, mentor, supervisore): deve essere sempre chiaro che si sta dando o ricevendo del feedback.
Un messaggio di feedback ben costruito deve essere pensato e sintetizzato includendo elementi chiave:
- Dichiarare esplicitamente cosa è piaciuto o cosa non ha funzionato: “Non mi è piaciuta l’interazione tra te e il cliente”.
- Spiegare in che modo il comportamento ha influenzato chi fornisce il feedback o il team: “Mi ha messo in difficoltà quando ho dovuto giustificare i dati che stavi fornendo”.
- Collegare il feedback a un risultato superiore, a un obiettivo condiviso: “Se facessimo questo in modo diverso, potremmo avere incontri più brevi o clienti più soddisfatti”.
Un punto di svolta nel dare feedback è fare questo tipo di considerazione: “Questa cosa probabilmente è sbagliata, ma le conseguenze mi sono indifferenti. Vale la pena dirla?”. Se un comportamento non ha impatto descrivibile su di noi o sui nostri obiettivi comuni, indicarlo come sbagliato diventa fine a se stesso.
Molti feedback si svuotano di significato quando ci si rende conto che il motivo per cui vorremmo darli risiede solo nella nostra sensibilità personale e non in un reale bisogno di miglioramento collettivo. In questi casi, è meglio tacere.
Accordarsi preventivamente
Il cuore del modello “Reloaded” non risiede solo nel modo in cui si comunica, ma in ciò che accade prima dello scambio. Se consideriamo il feedback un’opportunità, dobbiamo preparare il terreno attraverso un accordo esplicito tra le persone coinvolte.
Ogni membro del team si interroga sulle proprie preferenze. Su quali aspetti voglio ricevere feedback? In quali occasioni ho bisogno di aiuto? È sensato poi dichiarare come si reagisce tipicamente alle situazioni di tensione o alle osservazioni e alle critiche. C’è chi asseconda, chi fa troppe domande, chi si giustifica e chi si chiude nel silenzio. Sapere se un collega preferisce un feedback di persona o scritto, se vuole risolverlo subito o se ha bisogno di “dormirci su” cambia radicalmente il modo in cui potremo offrirgli il messaggio.
Responsabilità e ascolto
Ricevere feedback è un esercizio di intelligenza emotiva complesso quanto fornirlo. Spesso i manager smettono di dare feedback perché i collaboratori reagiscono in modo difensivo o prendono le osservazioni sul personale.
In un contesto di feedback “sano e nutriente”, chi lo riceve evita di offendersi, non cerca scuse esterne (“C’era troppo casino”), non contrattacca (“Anche tu lo fai”) né dà ragione in modo passivo-aggressivo senza alcuna reale intenzione di cambiare.
Chi riceve il feedback ha il compito di renderlo chiaro attraverso domande chiave: “Puoi farmi un esempio?”, “In che modo questo ha impattato sul tuo lavoro?”, “A cosa ti riferisci esattamente?”. Le domande, se poste in maniera propositiva, aiuteranno ad approfondire la conversazione e a ricevere un feedback potenzialmente “lavorabile”.
A volte il feedback viene posto in modo maldestro e finisce per sembrare un attacco personale: chi lo riceve deve avere la forza di ribaltare la prospettiva e focalizzarsi sul contenuto lavorabile.
Il feedback tra tecnologia e ruolo dell’HR
A partire da diversi anni fa, le aziende hanno cominciato e continuato a investire in app per il fast feedback o il pulse feedback, sperando che la tecnologia risolvesse i problemi di comunicazione. Abbiamo già detto che, per funzionare, il feedback deve esplicarsi in una relazione uno-a-uno: il feedback anonimo è un controsenso. Oltretutto, anche senza nomi, se il messaggio è argomentato e circostanziato, come dovrebbe essere, la fonte è quasi sempre riconoscibile…
Oltretutto, il feedback anonimo obbliga a un processo di raccolta, generalizzazione e raggruppamento dei dati che rende l’informazione poco utile per il “nutrimento” della relazione specifica.
Se poi, come accade in alcune situazioni, il feedback viene legato a incentivi o a metriche formali misurate da HR, smette di essere autentico. Le persone daranno riscontri “di rito”, incentivate dai “premi” per l’attività svolta o, peggio, condizionati dalla paura delle conseguenze per non aver fornito feedback.
HR come facilitatore, non come custode del feedback
Un punto critico del percorso riguarda la proprietà del contenuto, vale a dire chi “detiene” il feedback. Il contenuto del feedback uno-a-uno non deve essere gestito da HR: se HR legge i messaggi, il feedback finisce per diventare una misura della performance e perde la sua natura di strumento di crescita relazionale. E, analogamente, se HR tenta di imporre a tutti di dare feedback con rating numerici rigidi e scadenze fisse crea solo “rumore informativo”. Il feedback deve nascere da un bisogno reale, non da un obbligo burocratico.
Pratica e allenamento
Come per tante altre pratiche, anche per dare e ricevere feedback si possono mettere in campo delle attività di “allenamento”. Occorre anzitutto allenare le persone a riconoscere il feedback vero, distinguendolo da commenti, richieste, opinioni generiche e così via.
Un esercizio fondamentale per i team consiste nel leggere diversi messaggi e decidere quali tenere come buon feedback e quali buttare nel cestino perché non sono feedback. Ad esempio, frasi come “Manca l’effetto wow” oppure “Il tuo copy non mi convince” sono messaggi inutili perché non offrono una direzione chiara, non sono circostanziati e non danno luogo ad azioni di cambiamento.
Al contrario, un messaggio che descrive un’azione specifica viene considerato feedback perché identifica un valore concreto: “L’inserimento dei due grafici ha reso più chiaro il flusso di cassa”. Anche un’osservazione tutto sommato sensata sulla puntualità può essere insufficiente se manca l’esplicitazione dell’impatto; invece, spiegarla diffusamente la rende un messaggio utile: “Se arrivi in ritardo, la collega del turno precedente deve fermarsi oltre l’orario e questo aumenta i costi per l’azienda”.
Infine, va ricordato che un messaggio riferito non può essere considerato feedback: “La Scrum Master dell’altro team ritiene che le tue tecniche per facilitare la retrospettiva siano molto efficaci”. Un apprezzamento che può far piacere, ma che non è feedback perché non si basa su una conversazione uno-a-uno.
A questo punto dovrebbe essere chiaro che non si impara a dare feedback solo capendo il concetto; serve allenamento. E, un po’ come accade per esempio in palestra, all’inizio si seguirà una “scheda” che per un periodo di tempo (p.e.: due mesi) impone di dare e chiedere feedback a intervalli precisi e con modalità molto definite. Ma poi, con l’allenamento, la pratica finirà per essere integrata nella quotidianità e la “scheda” non servirà più: il comportamento diventa naturale.
Un’ultima considerazione non scontata: quando una persona inizia a dare feedback di alta qualità, invita implicitamente gli altri a fare lo stesso, diffondendo la cultura per osmosi e non per imposizione.
Conclusione
Il modello “Feedback Reloaded” non ha l’ambizione di essere originale ma rappresenta una spinta verso un ribaltamento delle pratiche aziendali comuni. Non si tratta di imparare una nuova tecnica di comunicazione, ma di ridefinire il confine tra management, richieste operative e scambi “nutrienti” di feedback. Solo isolando il feedback come strumento mirato al miglioramento — che, ricordiamolo, il ricevente è libero di accettare o non prendere in considerazione — sarà possibile rompere i pregiudizi e costruire un ambiente di lavoro realmente collaborativo.